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Exposanità: Demenza, Metodo Montessori e tecnologia. Costruire insieme soluzioni realmente person-centred

 

Vi aspetto ad Exposanità

Negli ultimi anni, il tema dell’innovazione tecnologica applicata alla demenza ha assunto un ruolo sempre più centrale nel dibattito sanitario e sociosanitario. Tecnologie digitali, ambienti intelligenti e nuovi strumenti di supporto stanno aprendo scenari promettenti, capaci di migliorare la qualità della vita delle persone con demenza e di sostenere il lavoro di caregiver e operatori.

Affinché questo potenziale possa esprimersi pienamente, è però necessario che la progettazione tecnologica mantenga uno sguardo costantemente orientato alla persona. È in questo spazio di riflessione e di incontro tra mondi diversi che si colloca il contributo che presenterò a Exposanità, dal titolo
“Demenza e Metodo Montessori: nuove opportunità per progettare tecnologie realmente person-centred”.

Il Metodo Montessori come risorsa per l’innovazione

Il Metodo Montessori applicato alla demenza offre un approccio capace di valorizzare le competenze residue, l’autonomia e il senso di appartenenza delle persone, anche nelle fasi di maggiore fragilità. Attraverso l’osservazione attenta dei contesti di vita e di cura, il metodo consente di leggere i bisogni quotidiani in modo concreto e non astratto, restituendo centralità all’esperienza della persona.

Questa modalità di osservazione rappresenta una risorsa preziosa anche per chi progetta tecnologie. I bisogni che emergono nei contesti reali di cura – orientamento, sicurezza, significato nelle attività, continuità relazionale, supporto all’autonomia – possono diventare indicatori utili per guidare scelte progettuali più aderenti alla vita quotidiana.

Dall’osservazione condivisa alla progettazione collaborativa

Nel contributo presentato a Exposanità, proporrò una riflessione su come i principi del Metodo Montessori possano dialogare con i processi di progettazione tecnologica, non in alternativa ma in integrazione.
L’obiettivo è favorire un passaggio dall’osservazione dei bisogni alla loro traduzione in linee guida progettuali, capaci di sostenere lo sviluppo di soluzioni flessibili, accessibili e realmente person-centred.

Quando professionisti della cura e aziende tecnologiche condividono linguaggi, tempi e obiettivi, la tecnologia può diventare un facilitatore, in grado di accompagnare le persone con demenza nelle attività quotidiane e di supportare chi se ne prende cura, senza sostituirsi alla relazione.

Un invito al dialogo tra mondi diversi.

La presentazione vuole essere soprattutto un invito al dialogo.
Il confronto tra esperienza clinica, pratica educativa e competenze tecnologiche rappresenta oggi una delle opportunità più interessanti per sviluppare soluzioni sostenibili e significative. Non si tratta di individuare un modello unico, ma di costruire insieme risposte che tengano conto della complessità dei contesti di cura.

Exposanità come spazio di incontro e co-progettazione

Exposanità offre un contesto privilegiato per questo tipo di confronto, mettendo in relazione professionisti, ricercatori e aziende impegnate nell’innovazione in ambito sanitario. Il mio contributo si inserisce in questo scenario con l’intento di valorizzare le sinergie possibili tra Metodo Montessori e tecnologia, promuovendo una progettazione che parta dalle persone e si sviluppi attraverso la collaborazione.

Progettare tecnologie realmente person-centred significa, oggi più che mai, lavorare insieme, integrando saperi ed esperienze diverse. È in questa direzione che si muove il mio intervento a Exposanità, con l’auspicio di contribuire a una cultura dell’innovazione condivisa e orientata alla qualità della vita.

Per info e contatti: https://www.exposanita.it/

Chiedimi chi sono stato. Emozioni, memoria e neurodegenerazione

In riferimento alla nuova pubblicazione

“Mente circolare. Emozioni, memoria e neurodegenerazione: ciò che siamo stati, ciò che torniamo ad essere”,

edizioni ANICIA: https://www.edizionianicia.it/prodotto/mente-circolare/

sono lieta di annunciare che a marzo 2026 prenderà avvio una nuova e completamente rinnovata formazione

in presenza dal significativo titolo:

Chiedimi chi sono stato.

Emozioni, memorie e neurodegenerazione

Un percorso intensivo pensato per accompagnare i professionisti verso una rivoluzione del proprio sguardo e, di conseguenza, del proprio modo di approcciarsi al mondo delle demenze.

Il corso, partendo dalle nostre esperienze più profonde e significative, ci condurrà dentro il tema — oggi più che mai attuale — dei disturbi neurocognitivi,  ma non solo, affrontandoli non come fenomeni che riguardano esclusivamente la popolazione anziana, ma come condizioni che coinvolgono fasce d’età sempre più giovani e diversificate.

Un percorso ricco, multidisciplinare e profondamente umano, pensato per fornire strumenti concreti, pratici, nuovi paradigmi interpretativi e una rinnovata sensibilità nel prendersi cura delle persone che vivono una condizione di demenza.

Il corso completo è in fase di accreditamento.

Il corso è a numero chiuso e prevederà una parte teorica conoscitiva e pratica attraverso attività mirate di relazione, condivisione, progettazione.

Sono previste importanti scontistiche per iscrizioni anticipate.
Per informazioni ed iscrizioni: info@avoncellianita.it

Mente circolare. Emozioni, memoria e neurodegenerazione.: ciò che siamo stati, ciò che torniamo ad essere

Mente Circolare.

Emozioni, memoria e neurodegenerazione: ciò che siamo stati, ciò che torniamo a essere

Il passato che cura il presente
Un nuovo paradigma per comprendere mente, memoria e neurodegenerazione
Con Mente Circolare, Anita Avoncelli compie un passo innovativo nella riflessione sul rapporto tra sviluppo, salute mentale e processi neurodegenerativi.
Un libro che rappresenta non solo un’evoluzione del suo percorso professionale, ma soprattutto un cambio di prospettiva: la cura – e ancor più la prevenzione – non si radica nel presente, ma inizia molto prima, nelle fondamenta della nostra storia personale e dell’umanità.
Accogliere questa visione implica porsi una domanda essenziale, che diventa chiave di lettura del testo:
Chi si è stati?
Solo interrogando le nostre origini possiamo comprendere ciò che siamo e ciò che potremmo tornare a essere.
La nascita di un nuovo sguardo
Il testo considera la salute come un processo circolare in cui le esperienze precoci, le relazioni e il contesto plasmano l’organismo, predisponendo non solo il comportamento e la personalità, ma anche la vulnerabilità a specifiche condizioni, dalle malattie neurodegenerative a quelle psichiatriche e autoimmuni.
L’autrice propone una lettura radicale: per comprendere ciò che accade alla mente che invecchia, occorre riconoscere ciò che quella stessa mente è stata.
Ogni individuo, nel suo percorso evolutivo, incorpora tracce che si riattivano e si trasformano lungo l’intero arco della vita.
Un viaggio tra scienza, relazione e storia personale
Prendendo avvio dalle radici della teoria dell’attaccamento di John Bowlby e dai contributi di Giovanni Liotti, il testo mette al centro l’essere umano nella sua progressione evolutiva: dagli albori della vita alle prime relazioni, dalla formazione delle memorie emotive all’emergere dell’adulto.
Il pensiero pedagogico di Maria Montessori diventa guida per comprendere quanto l’ambiente favorisca o ostacoli l’espressione delle potenzialità umane, mentre la teoria della retrogenesi di Barry Reisberg offre un ponte interpretativo sorprendente: nel processo degenerativo della mente, si percorrono a ritroso le tappe che hanno segnato la costruzione dell’identità.
Così, ciò che siamo stati diviene lente per osservare ciò che torniamo a essere.
Malattia, epigenetica e prevenzione relazionale
Mente Circolare esplora come stress cronico, storia personale ed epigenetica possano modulare l’espressività biologica, contribuendo al rischio di neurodegenerazione o malattia autoimmune.
Le dinamiche relazionali assumono un ruolo determinante: sistemi di sostegno e ambienti ricchi possono mediare l’impatto del disequilibrio, mentre contesti disfunzionali ne amplificano le conseguenze.
Questa visione sistemica non si limita alla comprensione della malattia, ma propone una concretezza preventiva: ciò che ereditiamo in termini di modelli relazionali diventa fattore predittivo del nostro futuro biologico.
Ciò che abbiamo appreso plasma ciò che saremo
Il libro suggerisce che la storia emotiva – personale, familiare e culturale – scrive memorie profonde che riemergono più avanti nella vita, specie quando la vulnerabilità biologica si manifesta.
Le malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, ma anche alcune condizioni psichiatriche e autoimmuni, acquisiscono così un nuovo senso interpretativo: non solo patologie del presente, ma espressioni tardive di traiettorie inscritte molto prima.
Una proposta che unisce scienza e umanesimo
Con una scrittura accessibile ma rigorosa, Mente Circolare riunisce neuroscienze, psicologia, pedagogia e medicina evoluzionistica per offrire una visione integra dell’essere umano.
Il risultato è un invito a ripensare la cura a partire dalle sue origini, facendo della prevenzione relazionale un terreno fecondo su cui costruire salute e resilienza.
Perché ciò che abbiamo acquisito – modelli, esperienze, relazioni – non solo plasma ciò che siamo stati, ma determina profondamente ciò che diventeremo.
E, ancora una volta, la domanda centrale ritorna a guidarci:
Chi si è stati?
Solo da questa consapevolezza può nascere un futuro capace di integrare memoria, cura e trasformazione.
Una nuova collaborazione che dà vita a un progetto di visione e ricerca
Con profonda soddisfazione annuncio la mia nuova collaborazione con Anicia, casa editrice da sempre impegnata nella promozione della cultura educativa, psicologica e scientifica.
Un incontro di intenti e valori che ha reso possibile la pubblicazione di Mente Circolare. Emozioni, memoria e neurodegenerazione: ciò che siamo stati, ciò che torniamo a essere, un libro che segna un passo importante nel mio percorso professionale e umano.
La scelta di collaborare con Anicia non è casuale: la casa editrice condivide una visione dell’essere umano come realtà complessa e in evoluzione, in cui educazione, relazione e conoscenza si intrecciano.
Da questa comunanza di sguardo nasce un progetto che ambisce a unire scienza e umanesimo, teoria e vita, per offrire strumenti di comprensione e di prevenzione che guardano alla persona nella sua interezza.
Mente Circolare è il risultato di questo dialogo tra pensiero e pratica, tra ricerca e sensibilità clinica, tra radici e futuro.
Un testo che, grazie al sostegno di Anicia, si propone di portare la riflessione su emozioni, memoria e neurodegenerazione oltre i confini della clinica, verso una cultura della prevenzione e della consapevolezza.
Questa collaborazione rappresenta quindi molto più di una pubblicazione: è l’inizio di un percorso condiviso, volto a diffondere un nuovo modo di pensare la salute, la mente e la vita come processi circolari, in continuo movimento tra ciò che siamo stati e ciò che torniamo a essere.
Mente circolare su Casa editrice Anicia: https://www.edizionianicia.it/prodotto/mente-circolare/

Demenze. Quando i sintomi arrivano dal passato

Da oltre 25 anni mi occupo di malattie neurodegenerative, in particolare di demenze. Un percorso lungo, spesso doloroso, fatto di incontri, storie e sguardi che mi hanno insegnato quanto sia profondo e complesso il vissuto di chi affronta queste malattie — pazienti e familiari insieme.
Sì, la demenza è devastante. È una malattia che logora, che svuota, che lascia spesso senza parole. Non dà tregua né a chi la vive in prima persona, né a chi ogni giorno cerca di accompagnare, supportare, resistere. E tutto questo è reso ancora più difficile dal fatto che, ad oggi, non esiste una cura risolutiva. Solo accompagnamento, presenza, comprensione. E non è poco, se fatto davvero.
Quello che però mi addolora — e talvolta mi indigna — è vedere quanto ancora il sistema, in molti suoi aspetti, sia rimasto indietro. Come se fossimo fermi a 50 anni fa, quando la persona malata veniva guardata solo da un punto di vista sanitario, biologico, dimenticando che dietro una diagnosi c’è un universo umano, relazionale, emotivo, familiare.
Il lavoro che ruota attorno alla demenza ha bisogno di un cambio di paradigma. Servono sguardi nuovi, approcci sistemici, competenze aggiornate. E invece, troppo spesso, vedo realtà più interessate a mostrarsi che a prendersi davvero cura. A occupare spazi, piuttosto che occuparsi delle persone. La rappresentanza ha preso il posto dell’azione concreta.
Ci sono strumenti, modelli osservativi, pratiche evolute che esistono, ma che spesso non vengono neppure presi in considerazione. Perché? Perché non conosciuti. Perché non studiati. Perché non aggiornati.
Eppure da anni, come professionista e formatrice, cerco di trasmettere l’urgenza di un cambiamento: portare nella pratica clinica e assistenziale uno sguardo contemporaneo, multidimensionale, capace di riconoscere anche i segnali più precoci, quelli più sottili, ma fondamentali per una diagnosi tempestiva e un supporto più umano e competente.
Mi ha molto colpito, in questi giorni, un articolo uscito su Vanity Fair sulla storia di Bruce Willis e sulla sua diagnosi di demenza frontotemporale. Un racconto intimo e toccante, in cui sua moglie descrive i primi segnali insospettabili della malattia. Chi lavora con me lo sa: proprio quei segnali rappresentano uno dei temi chiave che porto nei miei percorsi formativi. Sono anni che insisto su quanto sia fondamentale riconoscerli, leggerli, comprenderli. Perché è lì, in quei segnali silenziosi, che si può fare la vera differenza.
Il primo sintomo (insospettabile) della demenza di Bruce Willis raccontato da sua moglie | Vanity Fair Italia: https://share.google/734nUv78NhJtH3dLD
Chissà che sia la volta buona. Che un volto noto possa davvero accendere una luce su ciò che tanti ancora ignorano.
Io continuerò a crederci. E a formare chi vuole davvero cambiare lo sguardo.

Presente alla 35ª Alzheimer Europe conference

UNA LETTURA INTEGRATA TRA NEUROSCIENZE, TEORIA DELL’ATTACCAMENTO E APPROCCIO PEDAGOGICO NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE

Con grande emozione desidero condividere con voi una notizia per me molto importante: la mia proposta è stata accettata alla prossima Conferenza sull’Alzheimer di Bologna dal tema: “Connecting science and communities: The future of dementia care”..
Un riconoscimento che sento profondo, frutto di anni di studio e ricerca spesso in solitaria, senza l’appoggio di fondazioni, ospedali o enti che spianano la strada.

È stato un cammino lungo e silenzioso, fatto di libri, incontri, osservazioni e riflessioni. Ho attraversato discipline diverse, dal mondo delle malattie psichiatriche a quello delle patologie neurodegenerative, con un filo conduttore chiaro: l’essere umano non può essere ridotto a compartimenti stagni, ma va visto come un tutto integrato.
Ogni emozione, ogni ricordo, ogni relazione entra in dialogo con il corpo e con i suoi ritmi più profondi, costruendo la nostra salute — o, talvolta, la nostra fragilità.

Nel viaggio della vita, i legami più precoci plasmano l’architettura della mente e continuano a vivere dentro di noi. La scienza oggi ci conferma che queste esperienze iniziali hanno un potere duraturo: possono renderci più vulnerabili oppure più resilienti di fronte a malattie come l’Alzheimer.

Il concetto di mente circolare, illuminato dal fenomeno della retrogenesi, ci insegna che la neurodegenerazione non è soltanto perdita: è anche un ritorno, una riconnessione con le radici più profonde di ciò che siamo stati.

La mia presentazione a Bologna vuole portare proprio questa visione: integrare neuroscienze, teoria dell’attaccamento e approccio pedagogico nella prevenzione delle malattie neurodegenerative.
Perché solo uno sguardo sistemico e umano insieme può aprire nuove strade nella comprensione e nel prendersi cura.

Condivido questo traguardo con gratitudine e speranza, perché ogni passo avanti non è mai soltanto personale, ma un invito collettivo a guardare più in profondità.

Per tutti i  dettagli: https://www.alzheimer-europe.org/news/join-us-35th-alzheimer-europe-conference-bologna?language_content_entity=en

Guarda il video “Alzheimer Europe conference video for closing ceremony – welcome to Bologna!”: https://www.youtube.com/watch?v=oghB0JVyP7I

Montessori e demenza: un incontro possibile tra neuroscienze, cura e dignità

Prendersi cura di una persona affetta da demenza è una delle sfide più complesse – e insieme più umane – della nostra epoca. Le neuroscienze ci restituiscono una comprensione sempre più profonda dei meccanismi che governano il decadimento cognitivo; allo stesso tempo, la clinica quotidiana ci ricorda che dietro ogni diagnosi c’è una persona, con la sua storia, le sue emozioni e le sue capacità residue.

In questo contesto, il metodo Montessori – originariamente sviluppato per l’infanzia – si rivela sorprendentemente efficace anche nella cura dell’adulto fragile. Applicato alla demenza, non è semplicemente un insieme di tecniche, ma un cambio di paradigma: non più agire “sulla” persona, ma “con” la persona, stimolandone l’autonomia, il senso di sé, la partecipazione attiva.

È da questa visione integrata che nasce il corso “Montessori abbraccia le Demenze”, un percorso formativo che unisce basi scientifiche solide e strumenti operativi immediatamente applicabili nella pratica quotidiana. L’obiettivo è formare professionisti capaci di unire sapere teorico, competenza tecnica ed empatia relazionale.

Un percorso che unisce teoria e pratica

Il corso è articolato per offrire una progressione logica delle competenze, dalla conoscenza dei fondamenti neuropsicologici della demenza, fino alla progettazione di interventi personalizzati basati sul metodo Montessori.

Si parte dai concetti di retrogenesi – cioè la regressione delle funzioni cognitive in ordine inverso rispetto allo sviluppo – e si prosegue con l’esplorazione dell’epigenetica e dei fattori ambientali che influenzano memoria e comportamento. Queste basi scientifiche sono costantemente collegate a casi clinici reali, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a leggere i comportamenti dei pazienti non solo come “sintomi”, ma come espressioni di bisogni, emozioni, vissuti.

Attraverso un modulo dedicato al metodo Montessori per l’adulto fragile, si esploreranno strumenti concreti per creare ambienti e attività che favoriscano l’autonomia e il senso di competenza, anche in fasi avanzate della malattia. Non mancherà infine un approfondimento sulle competenze relazionali: perché una comunicazione empatica, basata sull’ascolto e sull’accoglienza, può prevenire molti dei comportamenti disfunzionali spesso trattati solo farmacologicamente.

A chi si rivolge

Il corso è rivolto a tutti i professionisti del sanitario che, a vario titolo, si prendono cura di persone con demenza: medici, infermieri, psicologi, educatori, OSS, assistenti sociali, terapisti, ecc. Ma è anche un’occasione per chi desidera aggiornarsi, mettersi in discussione, e arricchire il proprio bagaglio con una visione nuova della cura.

Un investimento formativo, umano e professionale

Iscriversi a “Montessori abbraccia le Demenze” significa scegliere un approccio evidence-based, fondato su dati scientifici ma fortemente orientato alla pratica. Significa imparare a costruire interventi su misura, capaci di restituire dignità, motivazione e qualità di vita alla persona con demenza. E significa anche offrire supporto concreto ai caregiver, spesso invisibili protagonisti di una cura quotidiana tanto faticosa quanto necessaria.

Il corso riconosce 50 crediti ECM per le professioni sanitarie, inclusi gli educatori iscritti agli elenchi speciali. Ma, soprattutto, riconosce il valore di un sapere che mette insieme cervello e cuore, competenza e relazione.

Trasforma il tuo modo di curare la demenza.
Porta nella tua pratica quotidiana un metodo che unisce neuroscienze, approccio educativo e profonda attenzione alla persona.

📩 Per informazioni, costi e iscrizioni:
info@avoncellianita.it

La rabbia silenziosa degli operatori: un grido d’aiuto nel mondo della cura delle demenze

 

Sempre più spesso, nei contesti assistenziali che si occupano di persone affette da demenza, si percepisce un sottile ma persistente sentimento di rabbia e frustrazione da parte di operatori socio-sanitari, infermieri e altri professionisti della cura. Questa rabbia, seppur spesso non esplicitata, emerge nei rapporti tra colleghi e, ancor più gravemente, nella qualità delle relazioni con i pazienti. Un fenomeno particolarmente allarmante, perché coinvolge persone vulnerabili, spesso non in grado di comprendere né di reagire.

Un contesto ad alta pressione

Lavorare con persone con demenza è emotivamente e fisicamente impegnativo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 55 milioni di persone vivono oggi con una forma di demenza nel mondo, e si prevede che questo numero supererà i 150 milioni entro il 2050. In Italia, l’ISTAT stima che siano più di 1.100.000 le persone affette da demenza, con circa 600.000 casi di Alzheimer.

Chi opera in questo campo si confronta quotidianamente con comportamenti complessi: agitazione, disorientamento, apatia, aggressività, difficoltà comunicative. A ciò si aggiungono condizioni lavorative spesso precarie, con carichi di lavoro eccessivi, carenze di personale, turni estenuanti e supporto psicologico pressoché assente.

Burnout e stanchezza da compassione: le radici emotive della rabbia

Il termine burnout è stato coniato nel 1974 dallo psicologo Herbert Freudenberger, per descrivere lo stato di esaurimento fisico e mentale riscontrato nei volontari di una clinica per tossicodipendenti. Successivamente, Christina Maslach, docente all’Università della California, ha approfondito il concetto, identificando tre dimensioni principali:

  • Esaurimento emotivo
  • Depersonalizzazione
  • Ridotta realizzazione personale

Nel settore della cura, questo si manifesta con un indebolimento della capacità empatica, una crescente distanza emotiva e una perdita di senso nel proprio ruolo.

Un’altra lente utile per leggere il fenomeno è quella della “compassion fatigue” (stanchezza da compassione), una condizione di logoramento psicologico che colpisce chi assiste persone in difficoltà per lungo tempo, con scarsi risultati visibili. Si tratta di una forma di stress secondario, che spegne lentamente l’entusiasmo e trasforma la dedizione in frustrazione, irritabilità e cinismo.

Dalla frustrazione alla rabbia: un passaggio insidioso

Quando un operatore percepisce che il proprio sforzo non produce miglioramenti visibili, o non viene riconosciuto da colleghi, superiori o familiari, può nascere una rabbia interiorizzata. Questa, se non elaborata, può manifestarsi in due direzioni:

  1. Verso i colleghi – in forma di giudizi, scontri, mancanza di collaborazione.
  2. Verso i pazienti – attraverso atteggiamenti freddi, meccanici, impazienti o addirittura svalutanti.

Le persone con demenza, spesso non in grado di difendersi o comprendere appieno le dinamiche relazionali, diventano vittime passive di questo disagio sommerso. È un fenomeno che mina in profondità la qualità della cura e che rischia di normalizzarsi come “parte del lavoro”.

Un disagio sistemico

Questa rabbia diffusa non è solo il risultato di dinamiche personali. Essa rappresenta il sintomo di una crisi organizzativa e culturale. Molti contesti assistenziali mancano di:

  • Spazi di ascolto e supervisione emotiva
  • Formazione specifica sulla gestione relazionale del comportamento disturbato
  • Politiche di valorizzazione reale del personale di cura

La rabbia è, dunque, un segnale da ascoltare, non da reprimere o stigmatizzare. È una richiesta implicita di senso, riconoscimento e sostegno.

Quali risposte possibili?

Per arginare questa deriva e promuovere un ambiente sano per operatori e pazienti, sono necessarie azioni concrete:

  1. Formazione continua non solo tecnica, ma anche comunicativo-relazionale.
  2. Supervisione clinica ed emotiva, con incontri periodici per rielaborare le esperienze.
  3. Spazi di debriefing dopo situazioni difficili o traumatiche.
  4. Team multidisciplinari coesi, che facilitino la corresponsabilità e il supporto reciproco.
  5. Riconoscimento sociale ed economico del lavoro di cura, troppo spesso svalutato.

La qualità della relazione è il principale indicatore di benessere per chi è affetto da queste patologie. E per costruire relazioni di qualità, è necessario che anche chi cura stia bene.

Conclusione: ritrovare il significato

Il lavoro di cura, specialmente con persone fragili, richiede un equilibrio delicato tra tecnica ed empatia, tra professionalità e umanità. Quando quest’equilibrio si spezza, si apre la strada al malessere e al conflitto.

È fondamentale riconoscere la rabbia come un sintomo — non di debolezza, ma di sovraccarico. Riconoscerla, ascoltarla, affrontarla. Solo così può diventare occasione di crescita individuale e collettiva.

“Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi.”
Viktor E. Frankl

Un invito alla trasformazione interiore, che può riaccendere il senso profondo del prendersi cura: non come sacrificio, ma come scelta consapevole e condivisa.

 

Restituire agency: la dignità della scelta nella fragilità. Una visione educativa ispirata da Anita Avoncelli

In un mondo che corre veloce, dove la fragilità viene spesso nascosta o delegata, esistono professionisti che scelgono di fermarsi, ascoltare e restituire spazio. Tra questi, spicca Anita Avoncelli, formatrice, pedagogista della cura e della fragilità, che da anni conduce seminari, percorsi formativi e laboratori esperienziali dedicati a chi vive e lavora accanto alla vulnerabilità – che sia nei bambini, negli anziani, nelle persone con demenza.

Al centro del suo approccio c’è un concetto potente e profondamente etico: restituire agency.

Cosa significa “agency”?

In ambito psicopedagogico, il termine agency descrive la capacità di un individuo di essere attivo, prendere decisioni, influenzare il proprio contesto e sentirsi autore del proprio agire. È la consapevolezza, anche minima, di poter scegliere, iniziare, partecipare, essere riconosciuti.

Quando si parla di persone fragili – in particolare anziani con demenza, bambini piccoli, persone con disabilità – questa capacità viene spesso messa in secondo piano. I gesti diventano “fatti per loro”, le parole dette “sopra di loro”, le decisioni prese “al posto loro”.

Ma se perdiamo l’agency, perdiamo una parte essenziale della nostra umanità.

Restituire agency nella fragilità

Restituire agency non significa illudere la persona fragile che tutto sia come prima, ma riconoscere che anche dentro la fragilità esiste un desiderio di presenza, partecipazione e significato. Vuol dire offrire:

  • piccoli spazi di scelta (come vestire, dove sedersi, cosa mangiare);

  • ambienti costruiti con cura, dove la persona può muoversi, toccare, decidere, esplorare in sicurezza;

  • relazioni che ascoltano senza sovrastare, che accompagnano senza sostituire;

  • attività che non “allenano”, ma risvegliano: la memoria, il piacere, la dignità, il ricordo.

Avoncelli, nei suoi seminari dal forte impianto esperienziale, invita professionisti, educatori e caregiver a rivedere il proprio sguardo. A spostarsi dal “fare per” al “stare con”. A passare dall’efficienza al significato. A costruire relazioni che non infantilizzano la fragilità, ma la accompagnano con rispetto adulto.

Il valore educativo del limite

Uno dei nuclei più belli del pensiero di Avoncelli è l’idea che la fragilità non annulla la dimensione educativa, anzi: la rende ancora più profonda. Educare, in questi contesti, non significa insegnare qualcosa di nuovo, ma risvegliare ciò che già c’è, spesso nascosto sotto strati di paura, disorientamento o stanchezza.

Nei suoi laboratori, Avoncelli propone esercizi pratici che mettono gli operatori “nei panni dell’altro”: mani legate, occhi chiusi o che si guardano, movimenti rallentati. È lì che si comprende cosa vuol dire perdere l’agency… ed è lì che si apprende quanto possa valere un gesto lasciato fare da soli, una parola restituita alla persona, un tempo rispettato senza fretta.

Un atto di giustizia profonda

Restituire agency non è solo una buona pratica educativa: è un atto politico, etico, di giustizia relazionale. Vuol dire affermare che anche chi ha perso molto non ha perso il diritto a contare, a sentirsi vivo, a esistere nello spazio dell’altro.

Significa credere nel valore della persona oltre la performance, oltre la memoria, oltre la logica dell’efficienza. È l’essenza di una pedagogia della presenza, della cura e della tenerezza, che Avoncelli incarna con rara autenticità.

Conclusione

In un tempo che tende a sostituire, automatizzare, velocizzare, restituire agency è un gesto rivoluzionario. È credere che ogni persona – anche nella fragilità, nella confusione, nel disorientamento – abbia ancora qualcosa da dire, da scegliere, da sentire.

Ed è proprio da questa convinzione che nasce il lavoro di Anita Avoncelli, che in ogni seminario, in ogni gruppo, in ogni dialogo semina una domanda semplice ma potente:
“Cosa possiamo restituire, oggi, a chi non ha più voce?”

Forse la risposta è proprio questa: ascolto, rispetto, possibilità. E tempo per essere, ancora, soggetto di sé.

Gruppo Gheron e Anita Avoncelli

Il Gruppo GHERON “Montessori abbraccia le Demenze” per una giornata di crescita condivisa

Il prossimo 27 giugno 2025 presso la residenza GHERON di Soresina – Cremona si riuniranno per una giornata intensiva dedicata al corso “Montessori abbraccia le Demenze: Retrogenesi, Prassi ed Emozioni”.
L’obiettivo è fornire ­— in un formato concentrato ma altamente operativo — gli strumenti essenziali per integrare il metodo Montessori nell’assistenza alle persone con demenza.

  • Immediatezza – Contenuti mirati e casi pratici permettono ai partecipanti di applicare da subito quanto appreso.

  • Coinvolgimento trasversale – Medici, infermieri, OSS, educatori e psicologi lavoreranno fianco a fianco, rafforzando la coesione del team.

  • Primo passo di un percorso più ampio – La giornata serve da avvio ufficiale: le competenze acquisite saranno la base per importanti sessioni di approfondimento.

È un disturbo del comportamento?

Disturbo del Comportamento nelle Demenze: Non Solo la Malattia, ma un Bisogno Non Compreso

Nelle persone affette da demenza, i cambiamenti comportamentali sono spesso visti come una manifestazione inevitabile e intrinseca della malattia stessa. Comportamenti come l’aggressività, l’ansia, l’irritabilità, la confusione e la difficoltà nell’esprimere desideri o bisogni sono frequentemente interpretati come sintomi della demenza, legati alla progressiva perdita delle funzioni cognitive. Tuttavia, è importante sfatare l’idea che tali disturbi siano esclusivamente causati dalla malattia e far comprendere che, in molti casi, il comportamento problematico dipende da fattori fisiologici non riconosciuti o da bisogni fondamentali non soddisfatti.

La Demenza non è l’unica causa del disturbo comportamentale

Sebbene la demenza influenzi il cervello, alterando le capacità cognitive e comportamentali, non tutti i cambiamenti comportamentali sono direttamente imputabili a essa. In effetti, molti di questi comportamenti sono, nella realtà, un riflesso di fattori fisici e biologici che vanno al di là della malattia neurodegenerativa. La sofferenza fisica, il dolore cronico, infezioni non diagnosticate, o problemi legati all’alimentazione e all’idratazione possono contribuire enormemente alla modificazione del comportamento.

Inoltre, la comunicazione nelle persone con demenza diventa sempre più difficile con il progredire della malattia. Quando una persona non è in grado di esprimere verbalmente un disagio o un bisogno, può manifestarlo attraverso il comportamento, che potrebbe sembrare inappropriato o incoerente senza una comprensione del contesto fisico o psicologico che lo sottende.

Fisiologia e Benessere: Il Corpo Parla

Un aspetto fondamentale da considerare è che molte persone con demenza non sono in grado di comunicare efficacemente se provano dolore fisico. Potrebbero soffrire di mal di stomaco, dolori articolari, costipazione, infezioni urinarie o persino effetti collaterali di farmaci, ma non essere in grado di manifestarlo in modo chiaro. Un comportamento come l’agitazione o l’aggressività potrebbe, in questi casi, essere la risposta a una necessità fisiologica non soddisfatta, piuttosto che il risultato diretto della malattia.

Le difficoltà alimentari, ad esempio, possono derivare da problemi nella masticazione o nella deglutizione, difficoltà a mangiare in modo autonomo, o addirittura una ridotta sensazione di fame e sete. Se la persona non viene correttamente nutrita o idratata, potrebbe comportarsi in modo irrequieto o disorientato. Ecco perché è fondamentale che chi si prende cura delle persone con demenza consideri anche questi aspetti fisici quando si verificano cambiamenti comportamentali.

Bisogni Non Soddisfatti: Un Passaggio Cruciale

Un’altra causa spesso ignorata dei disturbi comportamentali nelle persone con demenza è la difficoltà di soddisfare i bisogni emozionali e psicologici. La mancanza di stimoli, la solitudine, la frustrazione o la paura possono manifestarsi con cambiamenti comportamentali. Se una persona ha difficoltà a comprendere dove si trova, a riconoscere le persone a lei care, o a capire cosa sta accadendo intorno a sé, può sentirsi persa e vulnerabile, il che può portare a reazioni emotive intense, come l’irritabilità o l’aggressività.

In questi casi, un approccio sensibile e centrato sulla persona può fare la differenza. Invece di considerare il comportamento come una “anomalìa” derivante dalla malattia, è essenziale cercare di capire quale bisogno emotivo o fisico non sia stato soddisfatto. La rassicurazione, la stimolazione sensoriale, e l’approccio empatico possono ridurre il disagio e migliorare il comportamento.

L’importanza di una valutazione accurata

Gli operatori sanitari, i caregiver e le famiglie devono essere consapevoli di queste possibili cause fisiche e psicologiche dei cambiamenti comportamentali. Una valutazione accurata e multidisciplinare è essenziale per identificare e trattare eventuali problemi medici non riconosciuti. Esami clinici regolari per monitorare il dolore, le infezioni, le problematiche digestive o la qualità del sonno, così come l’attenzione ai fattori psicologici e ambientali, sono tutti aspetti che possono aiutare a risolvere disturbi comportamentali senza ricorrere a trattamenti farmacologici, che a volte non sono la soluzione.

Conclusioni

In definitiva, sebbene i disturbi comportamentali nelle persone con demenza siano complessi e possano sembrare parte integrante della malattia, è fondamentale non ridurli a semplici sintomi della demenza stessa. Essi spesso nascondono problematiche fisiologiche non comprese o bisogni non soddisfatti che meritano attenzione. Una cura che guardi al paziente nella sua totalità, rispettando e comprendendo le sue necessità fisiche, emotive e psicologiche, è la chiave per ridurre il disagio e migliorare la qualità della vita di chi vive con la demenza.