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Exposanità: Demenza, Metodo Montessori e tecnologia. Costruire insieme soluzioni realmente person-centred

Vi aspetto ad Exposanità
Negli ultimi anni, il tema dell’innovazione tecnologica applicata alla demenza ha assunto un ruolo sempre più centrale nel dibattito sanitario e sociosanitario. Tecnologie digitali, ambienti intelligenti e nuovi strumenti di supporto stanno aprendo scenari promettenti, capaci di migliorare la qualità della vita delle persone con demenza e di sostenere il lavoro di caregiver e operatori.
Affinché questo potenziale possa esprimersi pienamente, è però necessario che la progettazione tecnologica mantenga uno sguardo costantemente orientato alla persona. È in questo spazio di riflessione e di incontro tra mondi diversi che si colloca il contributo che presenterò a Exposanità, dal titolo
“Demenza e Metodo Montessori: nuove opportunità per progettare tecnologie realmente person-centred”.
Il Metodo Montessori come risorsa per l’innovazione
Il Metodo Montessori applicato alla demenza offre un approccio capace di valorizzare le competenze residue, l’autonomia e il senso di appartenenza delle persone, anche nelle fasi di maggiore fragilità. Attraverso l’osservazione attenta dei contesti di vita e di cura, il metodo consente di leggere i bisogni quotidiani in modo concreto e non astratto, restituendo centralità all’esperienza della persona.
Questa modalità di osservazione rappresenta una risorsa preziosa anche per chi progetta tecnologie. I bisogni che emergono nei contesti reali di cura – orientamento, sicurezza, significato nelle attività, continuità relazionale, supporto all’autonomia – possono diventare indicatori utili per guidare scelte progettuali più aderenti alla vita quotidiana.
Dall’osservazione condivisa alla progettazione collaborativa
Nel contributo presentato a Exposanità, proporrò una riflessione su come i principi del Metodo Montessori possano dialogare con i processi di progettazione tecnologica, non in alternativa ma in integrazione.
L’obiettivo è favorire un passaggio dall’osservazione dei bisogni alla loro traduzione in linee guida progettuali, capaci di sostenere lo sviluppo di soluzioni flessibili, accessibili e realmente person-centred.
Quando professionisti della cura e aziende tecnologiche condividono linguaggi, tempi e obiettivi, la tecnologia può diventare un facilitatore, in grado di accompagnare le persone con demenza nelle attività quotidiane e di supportare chi se ne prende cura, senza sostituirsi alla relazione.
Un invito al dialogo tra mondi diversi.
La presentazione vuole essere soprattutto un invito al dialogo.
Il confronto tra esperienza clinica, pratica educativa e competenze tecnologiche rappresenta oggi una delle opportunità più interessanti per sviluppare soluzioni sostenibili e significative. Non si tratta di individuare un modello unico, ma di costruire insieme risposte che tengano conto della complessità dei contesti di cura.
Exposanità come spazio di incontro e co-progettazione
Exposanità offre un contesto privilegiato per questo tipo di confronto, mettendo in relazione professionisti, ricercatori e aziende impegnate nell’innovazione in ambito sanitario. Il mio contributo si inserisce in questo scenario con l’intento di valorizzare le sinergie possibili tra Metodo Montessori e tecnologia, promuovendo una progettazione che parta dalle persone e si sviluppi attraverso la collaborazione.
Progettare tecnologie realmente person-centred significa, oggi più che mai, lavorare insieme, integrando saperi ed esperienze diverse. È in questa direzione che si muove il mio intervento a Exposanità, con l’auspicio di contribuire a una cultura dell’innovazione condivisa e orientata alla qualità della vita.
Per info e contatti:
https://www.exposanita.it/
Chiedimi chi sono stato. Emozioni, memoria e neurodegenerazione

In riferimento alla nuova pubblicazione
“Mente circolare. Emozioni, memoria e neurodegenerazione: ciò che siamo stati, ciò che torniamo ad essere”,
edizioni ANICIA: https://www.edizionianicia.it/prodotto/mente-circolare/

sono lieta di annunciare che a marzo 2026 prenderà avvio una nuova e completamente rinnovata formazione
in presenza dal significativo titolo:
Chiedimi chi sono stato.
Emozioni, memorie e neurodegenerazione
Un percorso intensivo pensato per accompagnare i professionisti verso una rivoluzione del proprio sguardo e, di conseguenza, del proprio modo di approcciarsi al mondo delle demenze.
Il corso, partendo dalle nostre esperienze più profonde e significative, ci condurrà dentro il tema — oggi più che mai attuale — dei disturbi neurocognitivi, ma non solo, affrontandoli non come fenomeni che riguardano esclusivamente la popolazione anziana, ma come condizioni che coinvolgono fasce d’età sempre più giovani e diversificate.
Un percorso ricco, multidisciplinare e profondamente umano, pensato per fornire strumenti concreti, pratici, nuovi paradigmi interpretativi e una rinnovata sensibilità nel prendersi cura delle persone che vivono una condizione di demenza.
Il corso completo è in fase di accreditamento.
Il corso è a numero chiuso e prevederà una parte teorica conoscitiva e pratica attraverso attività mirate di relazione, condivisione, progettazione.
Sono previste importanti scontistiche per iscrizioni anticipate.
Per informazioni ed iscrizioni: info@avoncellianita.it

Mente circolare. Emozioni, memoria e neurodegenerazione.: ciò che siamo stati, ciò che torniamo ad essere

Mente Circolare.
Emozioni, memoria e neurodegenerazione: ciò che siamo stati, ciò che torniamo a essere
Il passato che cura il presente
La nascita di un nuovo sguardo
Un viaggio tra scienza, relazione e storia personale
Malattia, epigenetica e prevenzione relazionale
Ciò che abbiamo appreso plasma ciò che saremo
Una proposta che unisce scienza e umanesimo
Una nuova collaborazione che dà vita a un progetto di visione e ricerca

Demenze. Quando i sintomi arrivano dal passato
Presente alla 35ª Alzheimer Europe conference
UNA LETTURA INTEGRATA TRA NEUROSCIENZE, TEORIA DELL’ATTACCAMENTO E APPROCCIO PEDAGOGICO NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE
Con grande emozione desidero condividere con voi una notizia per me molto importante: la mia proposta è stata accettata alla prossima Conferenza sull’Alzheimer di Bologna dal tema: “Connecting science and communities: The future of dementia care”.
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Un riconoscimento che sento profondo, frutto di anni di studio e ricerca spesso in solitaria, senza l’appoggio di fondazioni, ospedali o enti che spianano la strada.
È stato un cammino lungo e silenzioso, fatto di libri, incontri, osservazioni e riflessioni. Ho attraversato discipline diverse, dal mondo delle malattie psichiatriche a quello delle patologie neurodegenerative, con un filo conduttore chiaro: l’essere umano non può essere ridotto a compartimenti stagni, ma va visto come un tutto integrato.
Ogni emozione, ogni ricordo, ogni relazione entra in dialogo con il corpo e con i suoi ritmi più profondi, costruendo la nostra salute — o, talvolta, la nostra fragilità.
Nel viaggio della vita, i legami più precoci plasmano l’architettura della mente e continuano a vivere dentro di noi. La scienza oggi ci conferma che queste esperienze iniziali hanno un potere duraturo: possono renderci più vulnerabili oppure più resilienti di fronte a malattie come l’Alzheimer.
Il concetto di mente circolare, illuminato dal fenomeno della retrogenesi, ci insegna che la neurodegenerazione non è soltanto perdita: è anche un ritorno, una riconnessione con le radici più profonde di ciò che siamo stati.
La mia presentazione a Bologna vuole portare proprio questa visione: integrare neuroscienze, teoria dell’attaccamento e approccio pedagogico nella prevenzione delle malattie neurodegenerative.
Perché solo uno sguardo sistemico e umano insieme può aprire nuove strade nella comprensione e nel prendersi cura.
Condivido questo traguardo con gratitudine e speranza, perché ogni passo avanti non è mai soltanto personale, ma un invito collettivo a guardare più in profondità.
Per tutti i dettagli: https://www.alzheimer-europe.org/news/join-us-35th-alzheimer-europe-conference-bologna?language_content_entity=en
Guarda il video “Alzheimer Europe conference video for closing ceremony – welcome to Bologna!”: https://www.youtube.com/watch?v=oghB0JVyP7I
Montessori e demenza: un incontro possibile tra neuroscienze, cura e dignità
Prendersi cura di una persona affetta da demenza è una delle sfide più complesse – e insieme più umane – della nostra epoca. Le neuroscienze ci restituiscono una comprensione sempre più profonda dei meccanismi che governano il decadimento cognitivo; allo stesso tempo, la clinica quotidiana ci ricorda che dietro ogni diagnosi c’è una persona, con la sua storia, le sue emozioni e le sue capacità residue.
In questo contesto, il metodo Montessori – originariamente sviluppato per l’infanzia – si rivela sorprendentemente efficace anche nella cura dell’adulto fragile. Applicato alla demenza, non è semplicemente un insieme di tecniche, ma un cambio di paradigma: non più agire “sulla” persona, ma “con” la persona, stimolandone l’autonomia, il senso di sé, la partecipazione attiva.
È da questa visione integrata che nasce il corso “Montessori abbraccia le Demenze”, un percorso formativo che unisce basi scientifiche solide e strumenti operativi immediatamente applicabili nella pratica quotidiana. L’obiettivo è formare professionisti capaci di unire sapere teorico, competenza tecnica ed empatia relazionale.
Un percorso che unisce teoria e pratica
Il corso è articolato per offrire una progressione logica delle competenze, dalla conoscenza dei fondamenti neuropsicologici della demenza, fino alla progettazione di interventi personalizzati basati sul metodo Montessori.
Si parte dai concetti di retrogenesi – cioè la regressione delle funzioni cognitive in ordine inverso rispetto allo sviluppo – e si prosegue con l’esplorazione dell’epigenetica e dei fattori ambientali che influenzano memoria e comportamento. Queste basi scientifiche sono costantemente collegate a casi clinici reali, con l’obiettivo di aiutare i partecipanti a leggere i comportamenti dei pazienti non solo come “sintomi”, ma come espressioni di bisogni, emozioni, vissuti.
Attraverso un modulo dedicato al metodo Montessori per l’adulto fragile, si esploreranno strumenti concreti per creare ambienti e attività che favoriscano l’autonomia e il senso di competenza, anche in fasi avanzate della malattia. Non mancherà infine un approfondimento sulle competenze relazionali: perché una comunicazione empatica, basata sull’ascolto e sull’accoglienza, può prevenire molti dei comportamenti disfunzionali spesso trattati solo farmacologicamente.
A chi si rivolge
Il corso è rivolto a tutti i professionisti del sanitario che, a vario titolo, si prendono cura di persone con demenza: medici, infermieri, psicologi, educatori, OSS, assistenti sociali, terapisti, ecc. Ma è anche un’occasione per chi desidera aggiornarsi, mettersi in discussione, e arricchire il proprio bagaglio con una visione nuova della cura.
Un investimento formativo, umano e professionale
Iscriversi a “Montessori abbraccia le Demenze” significa scegliere un approccio evidence-based, fondato su dati scientifici ma fortemente orientato alla pratica. Significa imparare a costruire interventi su misura, capaci di restituire dignità, motivazione e qualità di vita alla persona con demenza. E significa anche offrire supporto concreto ai caregiver, spesso invisibili protagonisti di una cura quotidiana tanto faticosa quanto necessaria.
Il corso riconosce 50 crediti ECM per le professioni sanitarie, inclusi gli educatori iscritti agli elenchi speciali. Ma, soprattutto, riconosce il valore di un sapere che mette insieme cervello e cuore, competenza e relazione.
Trasforma il tuo modo di curare la demenza.
Porta nella tua pratica quotidiana un metodo che unisce neuroscienze, approccio educativo e profonda attenzione alla persona.
📩 Per informazioni, costi e iscrizioni:
info@avoncellianita.it
La rabbia silenziosa degli operatori: un grido d’aiuto nel mondo della cura delle demenze
Sempre più spesso, nei contesti assistenziali che si occupano di persone affette da demenza, si percepisce un sottile ma persistente sentimento di rabbia e frustrazione da parte di operatori socio-sanitari, infermieri e altri professionisti della cura. Questa rabbia, seppur spesso non esplicitata, emerge nei rapporti tra colleghi e, ancor più gravemente, nella qualità delle relazioni con i pazienti. Un fenomeno particolarmente allarmante, perché coinvolge persone vulnerabili, spesso non in grado di comprendere né di reagire.
Un contesto ad alta pressione
Lavorare con persone con demenza è emotivamente e fisicamente impegnativo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 55 milioni di persone vivono oggi con una forma di demenza nel mondo, e si prevede che questo numero supererà i 150 milioni entro il 2050. In Italia, l’ISTAT stima che siano più di 1.100.000 le persone affette da demenza, con circa 600.000 casi di Alzheimer.
Chi opera in questo campo si confronta quotidianamente con comportamenti complessi: agitazione, disorientamento, apatia, aggressività, difficoltà comunicative. A ciò si aggiungono condizioni lavorative spesso precarie, con carichi di lavoro eccessivi, carenze di personale, turni estenuanti e supporto psicologico pressoché assente.
Burnout e stanchezza da compassione: le radici emotive della rabbia
Il termine burnout è stato coniato nel 1974 dallo psicologo Herbert Freudenberger, per descrivere lo stato di esaurimento fisico e mentale riscontrato nei volontari di una clinica per tossicodipendenti. Successivamente, Christina Maslach, docente all’Università della California, ha approfondito il concetto, identificando tre dimensioni principali:
- Esaurimento emotivo
- Depersonalizzazione
- Ridotta realizzazione personale
Nel settore della cura, questo si manifesta con un indebolimento della capacità empatica, una crescente distanza emotiva e una perdita di senso nel proprio ruolo.
Un’altra lente utile per leggere il fenomeno è quella della “compassion fatigue” (stanchezza da compassione), una condizione di logoramento psicologico che colpisce chi assiste persone in difficoltà per lungo tempo, con scarsi risultati visibili. Si tratta di una forma di stress secondario, che spegne lentamente l’entusiasmo e trasforma la dedizione in frustrazione, irritabilità e cinismo.
Dalla frustrazione alla rabbia: un passaggio insidioso
Quando un operatore percepisce che il proprio sforzo non produce miglioramenti visibili, o non viene riconosciuto da colleghi, superiori o familiari, può nascere una rabbia interiorizzata. Questa, se non elaborata, può manifestarsi in due direzioni:
- Verso i colleghi – in forma di giudizi, scontri, mancanza di collaborazione.
- Verso i pazienti – attraverso atteggiamenti freddi, meccanici, impazienti o addirittura svalutanti.
Le persone con demenza, spesso non in grado di difendersi o comprendere appieno le dinamiche relazionali, diventano vittime passive di questo disagio sommerso. È un fenomeno che mina in profondità la qualità della cura e che rischia di normalizzarsi come “parte del lavoro”.
Un disagio sistemico
Questa rabbia diffusa non è solo il risultato di dinamiche personali. Essa rappresenta il sintomo di una crisi organizzativa e culturale. Molti contesti assistenziali mancano di:
- Spazi di ascolto e supervisione emotiva
- Formazione specifica sulla gestione relazionale del comportamento disturbato
- Politiche di valorizzazione reale del personale di cura
La rabbia è, dunque, un segnale da ascoltare, non da reprimere o stigmatizzare. È una richiesta implicita di senso, riconoscimento e sostegno.
Quali risposte possibili?
Per arginare questa deriva e promuovere un ambiente sano per operatori e pazienti, sono necessarie azioni concrete:
- Formazione continua non solo tecnica, ma anche comunicativo-relazionale.
- Supervisione clinica ed emotiva, con incontri periodici per rielaborare le esperienze.
- Spazi di debriefing dopo situazioni difficili o traumatiche.
- Team multidisciplinari coesi, che facilitino la corresponsabilità e il supporto reciproco.
- Riconoscimento sociale ed economico del lavoro di cura, troppo spesso svalutato.
La qualità della relazione è il principale indicatore di benessere per chi è affetto da queste patologie. E per costruire relazioni di qualità, è necessario che anche chi cura stia bene.
Conclusione: ritrovare il significato
Il lavoro di cura, specialmente con persone fragili, richiede un equilibrio delicato tra tecnica ed empatia, tra professionalità e umanità. Quando quest’equilibrio si spezza, si apre la strada al malessere e al conflitto.
È fondamentale riconoscere la rabbia come un sintomo — non di debolezza, ma di sovraccarico. Riconoscerla, ascoltarla, affrontarla. Solo così può diventare occasione di crescita individuale e collettiva.
“Quando non siamo più in grado di cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi.”
Viktor E. Frankl
Un invito alla trasformazione interiore, che può riaccendere il senso profondo del prendersi cura: non come sacrificio, ma come scelta consapevole e condivisa.
Restituire agency: la dignità della scelta nella fragilità. Una visione educativa ispirata da Anita Avoncelli
In un mondo che corre veloce, dove la fragilità viene spesso nascosta o delegata, esistono professionisti che scelgono di fermarsi, ascoltare e restituire spazio. Tra questi, spicca Anita Avoncelli, formatrice, pedagogista della cura e della fragilità, che da anni conduce seminari, percorsi formativi e laboratori esperienziali dedicati a chi vive e lavora accanto alla vulnerabilità – che sia nei bambini, negli anziani, nelle persone con demenza.
Al centro del suo approccio c’è un concetto potente e profondamente etico: restituire agency.
Cosa significa “agency”?
In ambito psicopedagogico, il termine agency descrive la capacità di un individuo di essere attivo, prendere decisioni, influenzare il proprio contesto e sentirsi autore del proprio agire. È la consapevolezza, anche minima, di poter scegliere, iniziare, partecipare, essere riconosciuti.
Quando si parla di persone fragili – in particolare anziani con demenza, bambini piccoli, persone con disabilità – questa capacità viene spesso messa in secondo piano. I gesti diventano “fatti per loro”, le parole dette “sopra di loro”, le decisioni prese “al posto loro”.
Ma se perdiamo l’agency, perdiamo una parte essenziale della nostra umanità.
Restituire agency nella fragilità
Restituire agency non significa illudere la persona fragile che tutto sia come prima, ma riconoscere che anche dentro la fragilità esiste un desiderio di presenza, partecipazione e significato. Vuol dire offrire:
-
piccoli spazi di scelta (come vestire, dove sedersi, cosa mangiare);
-
ambienti costruiti con cura, dove la persona può muoversi, toccare, decidere, esplorare in sicurezza;
-
relazioni che ascoltano senza sovrastare, che accompagnano senza sostituire;
-
attività che non “allenano”, ma risvegliano: la memoria, il piacere, la dignità, il ricordo.
Avoncelli, nei suoi seminari dal forte impianto esperienziale, invita professionisti, educatori e caregiver a rivedere il proprio sguardo. A spostarsi dal “fare per” al “stare con”. A passare dall’efficienza al significato. A costruire relazioni che non infantilizzano la fragilità, ma la accompagnano con rispetto adulto.
Il valore educativo del limite
Uno dei nuclei più belli del pensiero di Avoncelli è l’idea che la fragilità non annulla la dimensione educativa, anzi: la rende ancora più profonda. Educare, in questi contesti, non significa insegnare qualcosa di nuovo, ma risvegliare ciò che già c’è, spesso nascosto sotto strati di paura, disorientamento o stanchezza.
Nei suoi laboratori, Avoncelli propone esercizi pratici che mettono gli operatori “nei panni dell’altro”: mani legate, occhi chiusi o che si guardano
, movimenti rallentati. È lì che si comprende cosa vuol dire perdere l’agency… ed è lì che si apprende quanto possa valere un gesto lasciato fare da soli, una parola restituita alla persona, un tempo rispettato senza fretta.
Un atto di giustizia profonda
Restituire agency non è solo una buona pratica educativa: è un atto politico, etico, di giustizia relazionale. Vuol dire affermare che anche chi ha perso molto non ha perso il diritto a contare, a sentirsi vivo, a esistere nello spazio dell’altro.
Significa credere nel valore della persona oltre la performance, oltre la memoria, oltre la logica dell’efficienza. È l’essenza di una pedagogia della presenza, della cura e della tenerezza, che Avoncelli incarna con rara autenticità.
Conclusione
In un tempo che tende a sostituire, automatizzare, velocizzare, restituire agency è un gesto rivoluzionario. È credere che ogni persona – anche nella fragilità, nella confusione, nel disorientamento – abbia ancora qualcosa da dire, da scegliere, da sentire.
Ed è proprio da questa convinzione che nasce il lavoro di Anita Avoncelli, che in ogni seminario, in ogni gruppo, in ogni dialogo semina una domanda semplice ma potente:
“Cosa possiamo restituire, oggi, a chi non ha più voce?”
Forse la risposta è proprio questa: ascolto, rispetto, possibilità. E tempo per essere, ancora, soggetto di sé.
